Una passione ben intarsiata

Scorri verso il basso

Le avventure di Taylor nel design degli intarsi rivelano una storia ricca di colori, un impegno preso con questo tipo di artigianato e un’affinità per un equilibrio estetico.

Bob Taylor siede nel suo ufficio, riportando alla memoria mezzo secolo di storia degli intarsi di Taylor, sin dai primissimi giorni da giovane liutaio. A un certo punto, la conversazione verte sull’intarsio più famoso dell’azienda: la paletta, il logo che impreziosisce ogni gioiello Taylor. La versione originale era ispirata al logo di un termometro appeso nella bottega di Lemon Grove, in California, dove l’azienda venne avviata nel 1974.

“Ho realizzato centinaia e centinaia di quegli intarsi armato solo di lima e seghetto”, sostiene Bob, avvicinandosi alla lavagna appesa alla parete. “Li disegnavo io, partendo in basso a sinistra”, poi inizia a tracciare l’intera sagoma del logo a memoria, dopo decenni che non lo intarsiava a mano. “Ce l’ho talmente impresso nella mente che potrei iniziare nell’angolo e fare tutto il giro. Potrei farlo anche a occhi chiusi.”

Il design degli intarsi nelle chitarre è un argomento molto variegato, una forma d’arte a sé incorporata nell’arte della liuteria. Seppur con un approccio estetico squisitamente minimalista che lascia spazio solo ai legni e ai contorni raffinati, la maggior parte delle storie intessute intorno all’arte dell’intarsio raffigura l’immagine di un’attività fortemente pittorica, narrativa o ultrapersonalizzata, un’opera che mostra un artigianato oltremodo singolare. Chi apprezza questo tipo di arte conoscerà già le opera dei maestri Grit Laskin, Harvey Leach e Larry Robinson, o magari dei più recenti Larry Sifel e Wendy Larrivee.

“Ricordo ancora di quando osservavo Wendy incidere uno dei suoi giullari dai suoi blocchi di perla, tanti anni fa”, rivela Bob, estasiato dalle abilità di Wendy. “È un’arte andata perduta al giorno d’oggi.”

Parlando di Taylor, cercare di riassumere i momenti salienti di 50 anni di intarsi in un unico articolo è, ovviamente, un’impresa non da poco. Ci vorrebbe un’intera rivista dedicata, perché oltre al gran numero di intarsi realizzato nel corso degli anni, ci sarebbero tantissime storie da esplorare. Un esempio è l’evoluzione dei nostri metodi artigianali, partendo dai primi periodi in cui Bob tagliava manualmente la perla con una sega da gioielliere, all’integrazione dei software CAD/CAM, CNC e la tecnologia a laser, fino agli attuali metodi di sviluppo. Un altro esempio sono le sensibilità estetiche nate e definite qui a Taylor, e ancora gli stili evolutisi col tempo e le numerose scelte strategiche. Senza dimenticare le persone che negli anni hanno affiancato Bob, arricchendo il team di progettazione coi propri punti di vista artistici e le proprie abilità. Persone come lo storico partner creativo Larry Breedlove, il talentuoso designer Pete Davies Jr., padre di alcuni degli intarsi più incredibili di Taylor, fino all’attuale “architetto” Andy Powers, i cui visionari dettagli grafici creano un legame armonioso tra la personalità musicale della chitarra e le relative caratteristiche estetiche.

Il ruolo protettivo degli intarsi

Oltre all’aspetto decorativo di quest’arte, alcuni intarsi come le rosette rivestono un ruolo pratico che preserva una chitarra acustica da eventuali crepe.

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Una storia artistica ricca di intarsi

Per capire a fondo come Taylor si approccia al design degli intarsi è bene contestualizzare un po’ la storia di quest’arte nel mondo degli strumenti musicali. Il retaggio dell’intarsiatura delle chitarre acustiche a corde in acciaio ricorda un po’ un’impollinazione incrociata delle tradizioni di vari strumenti musicali con una storia di mezzo millennio. Nel corso dei secoli, il violino ha vissuto una notevole oscillazione nel modo in cui veniva decorato. Durante il Barocco, ad esempio, i violini presentavano considerevoli dettagli decorativi, un approccio che col tempo venne drasticamente striminzito fino a perdere ogni tipo di intarsiatura sulla tastiera. Al contrario, i liutai preferivano concentrarsi su altri tipi di decorazioni, come ad esempio la filettatura.

“La filettatura e la bombatura divennero il tocco di qualità dei liutai più abili”, afferma Andy Powers, uno dei migliori designer di chitarre di Taylor. “La sfida era mostrare il proprio livello di precisione nella filettatura e nel tocco artistico durante il taglio e l’assemblamento delle parti: dimensioni, proporzioni e l’aspetto dei punti di giunzione tra le componenti.”

Parlando di chitarre, se tentassimo di ripercorrere a ritroso il loro sviluppo tornando ai vecchi liuti o agli oud, ci imbatteremmo in esemplari di strumenti fortemente decorati. Ma potremmo trovare anche casi di strumenti con rifiniture più modeste per i musisti “folk” di ciascun’epoca.

I liutai classici presero spunto dalla realizzazione dei violini e preferirono lasciare la tastiera cruda, concentrando dunque la propria abilità in una filettatura più d’impatto, realizzando rosette a mosaico che mostrassero tutta la loro maestria.

Negli Stati Uniti, i creatori di banjo, soprattutto quelli dell’epoca jazz Dixieland degli anni ’20, adottarono un approccio decorativo più appariscente, spesso usando intarsi elaborati anche sulla tastiera. Ben presto quella stessa estetica venne adottata anche dai liutai di chitarre acustiche a corde d’acciaio per attrarre l’attenzione dei bangioisti. Tra i pionieri di questa tradizione troviamo Gibson ed Epiphone, dediti alla fabbricazione tanto di chitarre quanto di banjo.

“Se proviamo a osservare uno dei primi banjo o mandolini Gibson con un’intarsiatura elaborata, noteremo che non fu difficile applicare quegli stessi intarsi anche su una chitarra”, dichiara Andy. “Questi intarsi venivano realizzati su chitarre flat-top solo fino a un certo punto, ma sia Gibson che Epiphone erano nettamente più improntate su chitarre archtop, molto più utilizzate dai bangioisti che si avvicinavano alla chitarra. Spesso, queste chitarre presentavano i temi grafici dell’Art Déco, al tempo molto in voga, adottando l’estetica più accesa e dinamica dell’età del jazz. Era credenza popolare che questo desiderio di ribalta visiva potesse enfatizzare ulteriormente l’importanza, già di per sé crescente, della chitarra all’interno di una band.”

La storia dell’intarsiatura di Taylor

Facendo un passo indietro ai primi giorni di Taylor a metà degli anni ’70, Bob Taylor afferma che aggiungere l’intarsiatura alle chitarre fu gratificante sotto due punti di vista. Fu un modo per lui di affinare le sue abilità da giovane artigiano dedito alla lavorazione del legno, e in più di fare qualche soldo più con le chitarre vendute, così da assicurarsi l’affitto per l’azienda.

“Aggiungendo una tavola con bordatura in abalone e qualche intarsio qua e là, riuscii a far lievitare il prezzo di una chitarra da 600 a ben 900 dollari”, ricorda Bob.

Una delle primissime influenze artistiche di Bob per quanto riguarda il design degli intarsi fu il creatore di banjo Greg Deering. Bob lo aveva incontrato nel negozio di chitarre American Dream dove aveva iniziato a lavorare, mentre Deering lavorava come tecnico delle riparazioni. Più avanti, Deering passò brevemente a Taylor Guitars sempre come tecnico, per poi fondare l’azienda Deering Banjos.

“Fu un colpo di fortuna che Greg lavorasse lì, e ancor di più che poi si aprì una bottega vicinissima a me”, afferma Bob, “perché il suo è un vero e proprio talento innato.”

“Molte delle prime idee di intarsiature di Bob nacquero osservando elementi visivi della vita quotidiana (tra cui, come afferma, le famose piastrelle talavera) o altre fantasie tradizionali che si abbinano bene con le chitarre, come foglie, tralci e altri pattern a tema botanico.

“A proposito di foglie, incidendole si ottiene un risultato fantastico, ma in caso contrario è comunque possibile lavorare sui tagli”, afferma. “I primi tempi, quando utilizzavamo ancora il seghetto a mano, riuscivamo a incidere tagli molto profondi nelle foglie. Poi, una volta adottata la tecnologia CNC, all’inizio dovemmo abbandonare quella pratica perché le macchine non ne erano all’altezza. Avevano un diametro notevole, a discapito della precisione e del dettaglio. Poi col tempo i macchinari migliorarono e questo non fu più un problema.”

Nel segno di Larry Breedlove

Nel 1983, un abile artigiano e liutaio di nome Larry Breedlove iniziò a lavorare a Taylor. Nei tre decenni che seguirono, Larry collaborò con Bob al design dei prodotti, definendo l’eleganza che oggi si accomuna per antonomasia con le chitarre Taylor: dalla sinuosità della cassa e la forma del nostro iconico ponte fino ai numerosi intarsi caratteristici di ogni Taylor. Breedlove donò alla forma delle sue chitarre una sensibilità organica, architettonica e strutturale davvero unica. L’amore per il legno e per il design innovativo fu di ispirazione per il mondo del design delle acustiche da un punto di vista più estetico.

“Larry era paragonabile a un mobiliere all’avanguardia. Costruiva mobili leggermente più spigolosi, ma al contempo non così diversi da una sedia a dondolo Sam Maloof”, dice Bob. “Le sue creazioni erano organiche un po’ come Gaudí, ma comunque diverse. Erano più scolpite e rifinite, una via di mezzo tra organico e meccanico. Le sue forme e le sue idee erano davvero piacevoli per gli occhi. E quell’estetica si sposava perfettamente col tipo di intarsiature che usavamo. Diciamo che abbiamo rimodernizzato alcuni dei vecchi intarsi tipici dei banjo.”

Breedlove si ispirò molto anche al design di intarsi avviato con la serie Artist di Taylor a metà anni ’80 (tra cui le innovative rifiniture cromatiche delle chitarre per nomi come Prince, Kenny Loggings e Jeff Cook degli Alabama). Durante questo periodo, Breedlove iniziò a usare materiali alternativi per gli intarsi, così da espandere la sua palette di colori.

Da grandi apparecchiature derivano grandi idee

Gli anni ’90 si rivelarono un decennio di mutazione per Taylor Guitars sotto vari punti di vista. Per prima cosa, le chitarre acustiche vissero un ritorno in auge dopo un decennio di quiescenza commerciale, grazie anche al programma TV MTV Unplugged. Dopo dieci anni dominati da sintetizzatori, batterie elettriche e hair metal, le chitarre acustiche finalmente tornarono a fare tendenza, grazie anche ad alcune band rock che spogliarono le loro hit più di successo creandone versioni in acustico. E molti rocker furono felici di scoprire che il profilo sottile e la grande suonabilità dei manici Taylor erano paragonabili a quelli di una chitarra elettrica. Altri artisti emergenti come la Dave Matthews Band resero la chitarra acustica il perno intorno al quale ruota la loro musica (e la cosa migliore è che le chitarre Taylor divennero un pilastro dei loro live dagli anni ’90 in poi).

Le nostre chitarre erano sempre più popolari e Taylor implementò nelle fasi di progettazione, sviluppo e fabbricazione delle attrezzature e delle tecnologie sempre più d’avanguardia. Le frese computerizzate e la tecnologia a laser introdussero nuovi livelli di precisione e congruenza di produzione. Queste attrezzature si rivelarono davvero rivoluzionarie. Gli intarsi in madreperla o in abalone, così come gli incavi in cui si collocano, potevano essere tagliati con maggiore precisione usando la fresa CNC.

“Con l’arrivo del CNC”, spiega Bob, “potemmo progettare intarsi più belli da vedere per le nostre chitarre più costose. Ed eravamo certi che l’intarsio sarebbe rientrato perfettamente nell’incavo grazie al CNC, anche qualora venisse realizzato da un altro fornitore. Era come ordinare un carburatore per l’auto; eravamo certi che, al momento dell’installazione, ci sarebbe entrato. In precedenza, ogni intarsio significava praticamente inizare da capo.”

I laser aprirono a nuovi materiali di intarsi oltre alle tradizionali conchiglie, tra cui vari legni e materiali sintetici come il ColorCore® Formica®. E grazie al diametro ridotto del raggio laser (pari a 0,2 mm) e alla precisissima sovrapposizione, i laser poterono essere adoperati per incidere nel dettaglio materiali come legno o acrilico, migliorandone così l’aspetto.

A metà anni ’90 l’azienda iniziò a definirsi sempre di più anche grazie al successo della Grand Auditorium appena uscita. Taylor decise dunque di investire più risorse creative nel design e nelle intarsiature custom. Verso la fine del decennio, Taylor aveva nettamente incrementato la propria abilità di realizzare intarsi visivamente attrattivi per i modelli standard, in edizione limitata e custom. E grazie ai rapporti stretti e coltivati con artisti di successo, negli anni successivi l’azienda iniziò a impiegare nuove attrezzature per realizzare una serie di intarsi più pittorici designati a chitarre esclusive di alcuni artisti, senza dimenticare gli altri modelli in edizione limitata.

Uno dei design di intarsi più elaborati dell’epoca fu creato per la Cujo (lanciata nel ’97), con un retro in noce striato e con le fasce realizzate con un albero rimosso da una fattoria della California settentrionale. La particolarità della Cujo è che l’albero in questione apparve in alcune scene dell’adattamento cinematografico del romanzo “Cujo” (1983) di Stephen King. Il romanzo parla di un San Bernardo morso da un pipistrello malato di rabbia, che arriva a terrorizzare una madre e suo figlio. Composto di vari materiali tra cui legno e conchiglie, l’intarsio raffigura alcuni elementi narrativi del racconto come il cane, il pipistrello, un fienile e l’albero di noce stesso. La congruenza della tecnologia impiegata per gli intarsi ci permise di realizzare una serie di 250 esemplari.

Un altro fondamentale artista del settore di quel periodo era un giovane talento chiamato Pete Davies Jr., che giunse a Taylor subito dopo una laurea in design conseguita nel 1999. Pete riuscì a sfruttare la sua naturale predisposizione per quest’arte dando vita a intarsi pittorici fortemente intriganti, che gli storici fan di Taylor riconosceranno immediatamente. Il suo primo design fu una carpa koi realizzata sulla nostra Living Jewels in edizione limitata, la cui prima versione diede poi vita alla nostra serie Gallery. L’opera presentava delle carpe koi molto variopinte che “nuotavano” lungo la tastiera e tutt’intorno al foro di risonanza della chitarra in acero striato e peccio di Sitka, poi colorata di blu per simulare l’acqua. Quanto ai materiali dell’intarsio, Davies usò quelli sintetici: ColorCore, perla sintetica e un materiale composito di turchese, corallo e pietra tritati e mescolati con della resina. La chitarra era uno spettacolo, così come gli altri modelli della serie Gallery: la Sea Turtle, con tartarughe marine intarsiate sulla tastiera e con il retro del corpo in acero biondo striato decorato con una medusa e un’altra tartaruga. Della stessa collezione venne realizzata una terza edizione limitata, la Gray Whale, che presentava una balena intarsiata e una stupenda rosetta con un galeone che si estende fino all’interno del foro di risonanza.

Un altro elaboratissimo intarsio di Davies fu creato per la Liberty Tree, realizzato in legno di un tulipifero di 400 anni che durante la rivoluzione americana del 1776 fungeva da punto di incontro per i patrioti di Annapolis, nel Maryland. Lo schema di Davies inneggia all’importanza storica dell’albero, raffigurando nella paletta la prima versione postrivoluzionaria della bandiera americana, una raffigurazione incisa a laser della pergamena della Dichiarazione di Indipendenza che si estende dal manico fino alla tavola armonica, una rosetta con 13 stelle (ognuna delle quali rappresenta le 13 colonie originarie) e uno stendardo dell’epoca coloniale che parte dal bordo della tastiera e si srotola fin sopra la rosetta. Tra l’importanza storica del legno e l’intarsiatura che ne rende omaggio, il risultato fu una chitarra di indiscutibile rilievo.

Tra gli altri design custom creati originariamente da Davies per i modelli in edizione limitata troviamo: un intarsio fiammeggiante per la Hot Rod (HR-LTD) in edizione limitata. Una chitarra che trae ispirazione dai bolidi del passato, con fiamme intarsiate (in legno) lungo la tastiera e intorno al foro di risonanza; una splendida intarsiatura di cavalli in acero e koa per la Running Horses (RH-LTD); e un pellicano intarsiato in koa, noce, legno di seta e mirto.

Dopo cinque anni, Davies decise di abbandonare l’azienda per perseguire la sua carriera nel 2004. (Purtroppo, ci abbandonò prematuramente nel 2014 all’età di 37 anni.)

Un nuovo compromesso

Prima che Pete Davies Jr. lasciasse l’azienda, Taylor stava attraversando un periodo di notevole crescita. La compagnia si stavo spingendo oltre i limiti artistici con una fertile produzione di intarsi custom rivolti ad artisti e diverse altre proposte di chitarre in edizione limitata. Con l’abbandono di Davies, Bob Taylor, Larry Breedlove e gli altri del team di sviluppo iniziarono a pensare al futuro, e ai pro e contro di continuare a investire nell’approccio estetico e di adottare un programma di produzione custom ben solido.

“Ci eravamo dedicati a quello, avevamo il vento in poppa e gli affari andavano bene, finché poi cominciai a sentire che eravamo giunti a uno stallo. Avevamo cercato di farne un mercato. C’era gente che voleva chitarre stralussuose con prezzi da capogiro. E nonostante le cifre che chiedevamo, non guadagnavamo nulla. Questo perché Larry vi si dedicava completamente, perdendosi a volte in un buco nero per interi mesi.”

“Non volevo che qui a Taylor Andy diventasse famoso come re degli intarsi. Volevo che lo si conoscesse come colui alla continua ricerca delle capacità di una chitarra.”

Bob Taylor

Contestualmente, Taylor continuò a innovare con il suo design di chitarre. Nel 2005, l’azienda introdusse la T5 elettroacustica hollowbody. Il disegno della Grand Symphony, progettato da Bob e Larry Breedlove, nacque un anno dopo, seguito da altri design che includevano una baritono a 8 corde e, nel 2010, la GS Mini, anch’essa figlia di Bob e Larry.

Poco prima di quel periodo, Bob era entrato in contatto con un giovane ma talentuoso liutaio della zona chiamato Andy Powers, offrendogli di entrare nell’azienda in qualità di ideatore di chitarre di nuova generazione per Taylor. Andy accettò, firmò il contratto e iniziò ufficialmente a gennaio 2011.

“Con l’arrivo di Andy giungemmo alla conclusione che non volevamo più focalizzarci su chitarre su misura note principalmente per le intarsiature pregiate”, ricorda Bob. “Andy è un liutaio formidabile ed eravamo pronti a concentrarci sulla qualità della chitarra come strumento musicale, anziché come semplice bomboniera. Realizzare intarsi della levatura di opere d’arte richiede infatti tante, tante energie in termini di talento e gestione. In quel periodo ritenemmo apportuno continuare a realizzare intarsiature sempre molto eleganti, ma ben lontane dalle tematiche affrontate in passato.”

L’ironia della sorte, aggiunge Bob, è che Andy, oltre a essere un vero mastro liutaio, è anche un geniale intarsiatore in grado di dare vita a temi altamente pittorici.

“Realizzava intarsi pazzeschi. Addirittura delle tigri che attraversavano la chitarra”, dice. “Ma non volevo che qui a Taylor Andy diventasse famoso come re degli intarsi. Volevo che lo si conoscesse come colui che ha notevolmente e ulteriormente innalzato il livello qualitativo delle nostre chitarre, sempre con un’ottica progressista e di durabilità. Credevamo entrambi che fossero questi i valori che volevamo offrire ai nostri clienti.”

L’epifania di Andy

Andy va molto fiero delle intarsiature su misura che realizzava prima di entrare in Taylor. Ed è facile capirne il perché. Non solo dispone di un portfolio incredibilmente icastico, ma tutte le sue opere erano interamente realizzate a mano.

“Ammiravo molto la tradizione di intarsiatura a mano”, dice. “Lavoravo con un seghetto da gioielliere e con lime minuscole. Era come lavorare nel ‘700.”

In base al tipo di intarsiatura commissionata per le sue chitarre, Andy traccia dei parallelismi coi tatuatori contemporanei.

“Pensiamo alla varietà di tatuaggi esistenti”, riflette. “In giro si vedono nomi di bambini, raffigurazioni di storie di vita, frasi motivazionali, motti, credo. Molti si approcciano all’intarsiatura con lo stesso spirito. Vogliono che il proprio strumento racconti la loro storia: esperienze, difficoltà, successi e fallimenti. E a me questo piaceva molto perché amo l’aspetto umano di questo lavoro.”

Apprezzava molto anche la sfida artistica di dover ricercare un modo per rappresentare graficamente la storia di qualcuno, trovando il compromesso con i mezzi e i materiali del lavoro a mano. Ma quando Bill Collings di Collings Guitars entrò a fargli visita nella sua bottega, Andy iniziò a maturare una visione ben diversa.

“Ogni design di intarsi dovrebbe farci capire la sensazione e il sound che la chitarra regalerà.”

Andy Powers

“Guardava una chitarra che stavo assemblando per un mio cliente”, ricorda Andy. “Avevo trascorso settimane su un intarsio molto elaborato e ne andavo particolarmente orgoglioso. Dopo aver fissato la chitarra, Bill si gira e mi fa: Un lavoro eccezionale. Ma se fossi in te, penserei anche in mano a chi andrà questa chitarra dopo il suo primo proprietario, perché la gente vorrà suonarla molto più a lungo di quanto credi. Rimanemmo in silenzio per qualche minuto e, dopo averci pensato, risposi: In pratica, meglio non tatuarsi sul braccio il nome della mamma di qualcun altro. Giusto? E lui: Esattamente.”

Negli anni a seguire, conferma Andy, quella osservazione si rivelò veritiera, perché vide che molti suoi clienti regalavano le sue chitarre ai propri figli.

“Ci fu un caso in cui la persona che ricevette la chitarra mi disse: Adoro questa chitarra, ma racconta la storia di mio padre, non la mia. Quell’esperienza mi fece avvicinare ancor di più al lato tradizionalista di quest’arte, permettendomi di concentrarmi su temi che fossero di interesse universale. Ovviamente, i temi classici come i motivi botanici o le forme di stampo impressionistico, continuano a funzionare nella maggior parte dei casi.

Andy ricorda un viaggio fatto qualche anno fa a Cremona, qui in Italia, in cui ebbe l’opportunità di ammirare da vicino un pregiatissimo violino Stradivari.

“Aveva delle decorazioni molto elaborate, cosa non comune per l’epoca”, dichiara. “Alcune parti erano dipinte a mano, aveva degli elementi incisi e poi riempiti con del mastice contrastivo. Non erano dunque elementi propriamente intarsiati, ma avevano un effetto visivo molto simile. Aveva una fantasia bonatica e le linee avevano un’eleganza apprezzabile tanto oggi quanto nel ‘700, quando venne realizzato. Lo ritenni davvero uno splendido approccio alla decorazione di uno strumento.

Nel design degli intarsi

Come molti suoi altri design, Andy solitamente inizia con una bozza a matita degli intarsi.

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L’approccio di Andy alle intarsiature in Taylor

C’è un punto espresso da Bob Taylor con cui Andy si trova in forte accordo: il suo focus creativo in Taylor deve ruotare attorno a migliorare strutturalmente le chitarre, non esasperarne la personalizzazione. Ma alla luce di questo, Andy è comunque riuscito a partorire nuovi e geniali design di intarsi anche per la linea di chitarre Taylor standard.

Sin dal suo arrivo a Taylor dieci anni fa in qualità di mastro liutaio, Andy non ha mai fallito nel suo compito di trasformare praticamente l’intera collezione di chitarre Taylor ridefinendo il tocco, il sound e l’aspetto di alcuni modelli già esistenti, ma ne ha perfino introdotto di nuovi. Andy afferma che l’approccio estetico rimane lo stesso a prescindere dal tipo di chitarra: deve essere un processo olistico in cui la personalità musicale e il senso estetico condividono un’unica identità.

“Guardando un qualunque design di intarsio, dovremmo già capire la sensazione e il sound che la chitarra regalerà”, spiega. “Di certo le forme hanno la loro importanza, e lo stesso vale per i materiali e per il peso visivo, che dipende dall’intensità dell’intarsio stesso.

Prende come esempio la 912ce Grand Concert Builder’s Edition.

“I corpi di dimensioni più contenute tendono a dare un feeling più intimo, più elegante”, dice. “Ora immaginiamo ci siano grossi intarsi squadrati in madreperla in ogni punto. Otterremmo un manico molto lucente, ma la chitarra in sé sarebbe così visivamente “pesante” che ci parrebbe un macigno. Non sarebbe equilibrata. Ma con l’intarsio Belle Fleur, ecco che si ritrova l’equilibrio tra la forza e la delicatezza nato da un misto di Art Nouveau, Art Déco e un tocco di impressionismo stilizzato. Appena lo vedo capisco subito che si abbina col resto della chitarra. Nulla sovrasta nulla. Il tipo di curve usato richiama le curve della spalla mancante e del poggiabraccio; in pratica, la silhouette generale della chitarra. Tutti elementi che si sposano perfettamente.”

Ci sono tuttavia casi in cui questa filosofia di lavoro presenta delle sfide. Come da tradizione, ogni serie della linea Taylor condivide lo stesso set di decorazioni (e, in molti casi, lo stesso legno per il retro e per le fasce). Tuttavia, la stessa serie può contenere tipi di stili diversi per il corpo, con una conseguente differenziazione nella personalità sonora

È capitato dunque che Andy si prendesse una sorta di licenza creativa, uscendo fuori da questi schemi. La sua struttura della Builder’s Edition gli ha dato modo di “deviare” da una serie per creare una nuova classe di modelli che potremmo definire “director’s cut”. Con il lancio della Grand Pacific, ad esempio, Andy scelse di realizzare la 517 e la 717 Builder’s Edition con uno schema decorativo che riflettesse il retaggio tradizionale delle chitarre Dreadnought e con una diversa vocalità musicale per Taylor. Questi due modelli sono quindi caratterizzati da una sensibilità estetica e da un design di intarsi condivisi tra loro, piuttosto che ispirarsi rispettivamente alle serie 500 e 700.

L’anatomia dell’intarsio Mission

A un primo sguardo, il set di intarsi Mission sulla tastiera delle 618e e 818e Grand Orchestra sembra un design relativamente semplice.

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Un ulteriore esempio (che tuttavia non ha nulla a che vedere con la Builder’s Edition) è il re-design della Grand Orchestra del 2020, che contiene la catenatura V-Class e un nuovo schema decorativo. La 618e e la 818e, i due modelli rivisitati, presentano una stessa intarsiatura, la Mission, diversa da quelle usate nelle serie 600 e 800. Come riferimento visivo per la potente voce della chitarra, Andy scelse dapprima un intarsio a blocco ma, dopo una più attenta osservazione, optò per un altro strato di dettaglio nell’intarsio: il blocco centrale in madreperla è contornato da un anello esterno in ivoroid tagliato a laser che offre un tenue elemento di gradazione. (Per ulteriori dettagli sull’esecuzione tecnica dell’intarsio, consulta la sezione nella barra laterale.)

“Ci sembra appropriato per una chitarra Grand Orchestra”, dice Andy. “Incarna proprio il sound di una Grand Orchestra. È potente, spinto, incalzante, ma al contempo con un certo livello di complessità e rifinitura che si pone in contrasto con le dimensioni. Potrei usare come esempio anche un piccolo intarsio, sia esso un segnatasti o una semplice decorazione, come opportunità per affermare la personalità di una chitarra, poiché tutti gli elementi raccontano una storia simile. Se guardiamo lo strumento ultimato dal punto di vista di un musicista, capiamo subito che le varie parti comunicano armoniosamente. È questo il successo di un intarsio, per me. Mi piace pensare che tra cent’anni, un musicista potrà guardare quella chitarra e sapere che tutto funziona nell’insieme.

È con tutta probabilità suonerà anche da paura.

In un prossimo numero di Wood&Steel, Scott Paul, direttore della sostenibilità delle risorse naturali, offrirà uno sguardo più da vicino alle nostre scelte dei materiali naturali, come madreperla e abalone.

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